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Copyright © 2009 Psicoanalisibreve. Tutti i diritti riservati.
 Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicodinamica Breve
 
 
Direttore
Prof. Massimo di Giannantonio

Direttore Scientifico
Prof. Marco Alessandrini
 
 
Indirizzo Scientifico della Scuola
 
1. Definizione generale

La Scuola di formazione in PSICOTERAPIA PSICODINAMICA BREVE (PPB) intende introdurre gli allievi alla conoscenza dei processi evolutivi normali e patologici dell’individuo, e alla capacità di intervenire efficacemente su di essi secondo un approccio definito appunto “breve”, che abbia tratti di originalità rispetto a quelli vigenti pur ispirandosi ampiamente ad essi.

La Scuola si occupa pertanto della formazione di medici e psicologi chiamati a svolgere interventi clinici che rispondono alle teorie e alle tecniche degli orientamenti psicodinamici classici, passati e recenti, ma secondo le modalità e i tempi di un approccio cosiddetto “breve”.
Tali modalità psicoterapeutica, inoltre, è applicabile a singoli individui, nuclei familiari, coppie, gruppi.
 
2. Gli orientamenti psicodinamici di riferimento

L’orientamento scientifico della Scuola è fondato innanzitutto sui contributi dei principali orientamenti psicodinamici, dalle origini a oggi, ordinati secondo le seguenti correnti concettuali e operative:
  • le teorie pulsionali e della motivazione (S. Freud, K. Abraham, M. Klein, W.R. Bion);
  • le teorie dell’Io (A. Freud, H. Hartmann, E. Jakobson, R.A. Spitz, M.S. Mahler);
  • le teorie delle relazioni oggettuali (S. Ferenczi, W.R.D. Fairbairn, M. Balint, D.W. Winnicott, O. Kernberg);
  • le teorie del Sé (H. Kohut);
  • le teorie evolutive recenti (dall’infant research ai contributi delle neuroscienze: E. Bick, J. Bowlby, S. Greenspan, D. Stern, J.D. Lichtenberg, K.K. e M. Solms, M. Mancia);
  • gli sviluppi eterodossi (la clinica di J. Lacan; le teorie gruppali e del ‘campo bipersonale’ di W.R. Bion, S.H. Foulkes, W. e M. Baranger; la teoria bi-logica di Matte Blanco; le teorie intersoggettive di R.D. Stolorow e R.G. Atwood, di C. Bollas, di T.H. Ogden; la scuola di C.G. Jung; le teorie a mediazione espressiva o arti-terapie);
  • le teorie del nucleo familiare (transgenerazionali, psicoanalitico-cognitiviste, psicoanalitico-sistemiche);
  • le teorie psicosomatiche (G. Groddeck, W. Reich, F. Deutsch, F. Alexander, P. Schilder, P. Marty, J. McDougall).
 3. Modalità operative della PPB
 

L’appellativo psicoterapia psicodinamica breve trae sicuramente in inganno.

 

L’impressione immediata, infatti, è che la nostra Scuola insegni un metodo fondato su due elementi cardine, caratteristici di una tale denominazione:

- un numero prestabilito di sedute (il cosiddetto time-limited setting);

- il lavoro incentrato su un solo nucleo problematico, il focus, senza particolare attivazione né del transfert, né dei moti regressivi.

 

In realtà, nulla di tutto ciò è oggetto di insegnamento presso la nostra Scuola.

 

Si tratta infatti di una Scuola di psicoanalisi classica, tanto è vero che l’80% del corpo docente è costituito da membri della S.P.I., la Società Psicoanalitica Italiana.

 

Ma perché «breve», allora?

Perché la psicoanalisi, all’interno della stessa S.P.I., non è ormai più esercitata secondo il dispositivo formale strettamente, rigorosamente classico.

 

In sostanza, molti aspetti formali del dispositivo psicoanalitico classico sono mutati.

 

Ne è causa, da un lato, l’evolvere della teoria e del metodo. Basti pensare alle mutazioni che a partire dalle origini a oggi hanno condotto, per un verso, a Melanie Klein e da questa a Wilfred Bion, e per l’altro verso a Donald Winnicott, e da questo ad autori quali Thomas Ogden e Cristopher Bollas. Senza naturalmente dimenticare, a latere, gli originali ulteriori apporti di Jacques Lacan.

Si è perciò avuta, per esempio, la scoperta - o meglio la valorizzazione - del “conosciuto non pensato” (definizione fornita da Bollas), vale a dire dei vissuti non semplicemente rimossi, ma mai mentalizzati. Vissuti che sono dunque tali da richiedere un ascolto e un approccio estremamente creativi, capaci di permettere “creazione” e “nascita” a ciò che abita la psiche senza che questa possa averne, ancora, compiuta conoscenza.


Ne discende che la tecnica è oggi particolarmente orientata, nello stimolare la presa di coscienza, ad “accogliere” e a “generare” i vissuti soprattutto non pensati, ponendo in grado il paziente di “giocare” con essi in modo da individuarli e trasformarli, trasformando se stesso.


Va da sé – sia pure a dirlo di sfuggita – che tali vissuti erano già noti a Freud, almeno se si pensa a una frase come la seguente («L’inconscio», 1915, in Opere di Sigmund Freud, vol. 8, Torino, Boringhieri, 1989, p. 49):

«Tutto ciò che è rimosso è destinato a restare inconscio, tuttavia è nostra intenzione chiarire fin dall’inizio che il rimosso non esaurisce tutta la sfera dell’inconscio».


Ancora (ibidem):

«L’inconscio ha un’estensione più ampia: il rimosso è una parte dell’inconscio».

 

Dall’altro lato, è cambiata la clinica, l’utenza. Chi oggi chiede un trattamento psicoanalitico è maggiormente portatore, rispetto a un tempo, dei vissuti appena accennati. E non sempre ha bisogno delle classiche tre sedute a settimana, né del ricorso obbligato o costante al lettino. O ancora, semplicemente, non ha la disponibilità, sia economica che di tempo, necessaria ad adattarsi a questo tipo di percorso.

 

La nostra Scuola non propone tuttavia alcun eclettismo, nessuna analisi “selvaggia”.

Tutt’altro.

Gli aspetti formali del metodo psicoanalitico sono essenziali nella misura in cui consentono l’innesco di processi mentali trasformativi.

Da sempre, il dispositivo che permette un tale innesco si compone di due elementi cardine:

- la relazione transferale-controtransferale;

- le libere associazioni.

E’ perciò fondamentale, nel metodo formativo della nostra Scuola, sperimentare su di sé, sia tramite esercitazioni in aula, sia tramite le esperienze di tirocinio con utenti - sia ancora, ovviamente, tramite la propria analisi personale - la relazione transferale-controtransferale e le libere associazioni. In modo da sperimentare e conoscere, imparando a disporne, vale a dire a indurlo e a utilizzarlo, il metodo e l'atmosfera che già Freud nel 1923 descriveva («Due voci di enciclopedia», 1923, in Opere di Sigmund Freud, vol. 9, Torino, Boringhieri, 1989, p. 443):

«L’esperienza mostrò ben presto che il comportamento più opportuno da parte del medico analizzante era di abbandonarsi alla propria attività mentale inconscia con un’attenzione fluttuante uniforme, evitando possibilmente la meditazione e la formulazione di aspettative coscienti e senza volersi fissare particolarmente nella memoria alcunché di quello che udiva, onde cogliere così nell’inconscio del paziente con il suo stesso inconscio».

 

La vera conoscenza non può dunque essere intellettuale, razionale, teorica: è esperienza personale cogente, e come tale destabilizzante, appunto perché “vissuta”.

 

A quel punto, sperimentati personalmente gli elementi cardine del dispositivo analitico, così come la loro azione in termini di conoscenza trasformativa di sé e dell’altro, diventa possibile, esercitando come terapeuti, attivarli anche attraverso aspetti formali diversi da quelli strettamente classici.

L’importante è infatti sempre e unicamente, come annota Bollas (Cracking up, 1995 – ediz. Italiana Raffaello Cortina 1996, p. 10), che i partecipanti della relazione analitica sviluppino «… l’inconscio, creando un teatro per la sua rappresentazione, fornendogli un luogo adatto per la sua messa in atto ed accrescendo così l’efficacia del processo terapeutico».

 

Il metodo da noi proposto è quindi denominato «breve» perché, se l’aspetto formale che anche nella mentalità comune caratterizza maggiormente la psicoanalisi è la sua durata temporale «lunga» - vale a dire una durata di almeno cinque anni - oggi il metodo psicoanalitico, mutando nei suoi aspetti formali ma non in quelli «cardine», può appunto essere denominato breve.

 

Questo insomma vuol dire che lo psicoanalista di oggi, senza agire in modo eclettico e tanto meno «selvaggio», deve essere in grado di innescare, dentro di sé e nel paziente, sia la relazione transferale.controtransferale si le libere associazioni, innescando l’auto-trasformazione della mente - indotta dall’incontro tra due menti - anche all’interno di procedimenti formalmente diversi da quelli dell’analisi strettamente classica.

 

Quali mutamenti formali, in conclusione, proponiamo sotto la denominazione di psicoanalisi breve?

 

- Un numero di sedute, a settimana, spesso inferiore a tre, talvolta limitato a una sola seduta a settimana.

 

- Una durata complessiva del trattamento maggiormente elastica, spesso limitata - sia pure soltanto indicativamente - a tre anni.

 

- Il ricorso a dispositivi diversi da quelli rigorosamente classici, spesso utilizzati soltanto nella psicoanalisi infantile, quali le cosiddette tecniche a mediazione espressiva – genericamente intese come Arti Terapie. Uguale discorso vale per le tecniche e la conoscenza attinte, da un lato, dalle neuroscienze, dall’altro lato dai percorsi di autorealizzazione spirituale, per esempio orientali (vedi, al riguardo, gli studi e le proposte di Mark Epstein, psicoanalista classico, attento indagatore delle analogie e delle differenze tra tecniche orientali e metodologie quali quelle di Bion e di Winnicott).

 

Attenzione.

I punti appena elencati non costituiscono un metodo «obbligato», dunque non sono di certo un «metodo» che sia sempre e rigidamente tale.

Occorre ripeterlo: il metodo proposto dalla nostra Scuola – se mai fosse strettamente un «metodo» - non è nient’altro che la psicoanalisi classica.

Per noi è tuttavia fondamentale che l’esperienza cui la psicoanalisi classica dà accesso risulti sperimentata e compresa negli elementi di base che la costituiscono e la innescano.

A quel punto, è nostro intento che gli allievi sperimentino la possibilità di indurre, nel rapporto duale - o eventualmente gruppale - questi elementi di base anche attraverso una frequenza di sedute, una durata complessiva del trattamento e altri specifici procedimenti di tipo diverso da quello classico.

 

Il nostro fine è quindi porre gli allievi in grado di sperimentare e di conoscere il dispositivo classico, non però come strettamente legato a procedimenti formali rigidi, quasi fossero quelli, e solo quelli, a indurlo.

Anche procedimenti formali diversi possono indurlo, soprattutto quando resi necessari sia dal genere di vissuti a cui oggi l’analista è maggiormente sensibile e interessato (il «conosciuto non pensato»), sia dalle diverse disponibilità, economiche e di tempo, dell’utenza.

 

Riteniamo perciò che il nostro sia un approccio particolarmente «spendibile» nel mondo d’oggi: un approccio altamente qualificato, perché strettamente psicoanalitico, ma capace di elasticità e adattamento.

Un approccio pienamente al passo, da un lato, con l’evolvere della mentalità analitica, e dall’altro lato con il mutare della mente dell’utenza di oggi,  o – se si vuole – con l’evolvere della «mente dell’epoca», lo Zeitgeist o «spirito del tempo».

 

E’ questo un approccio particolarmente utile anche a chi intenda lavorare nei Servizi, perché rende capaci di esercitare – come in questi contesti solitamente occorre – da autentici psicoanalisti senza divano, parafrasando il titolo di un non recente «classico» volume di Paul-Claude Racamier.

 

La psicoanalisi non è, di per sé, «indotta» dal divano, bensì dalla mente dell’analista: dall’esperienza e dalla conoscenza che quest’ultimo ha degli elementi cardine che inducono le trasformazioni di cui l’utente e il terapeuta hanno bisogno.


 
 
 

Suggestioni psicoanalitiche in un percorso di immagini d'arte

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