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Pubblicazioni scientifiche - Psichiatria
Scritto da Prof. Marco Alessandrini   
Martedì 15 Luglio 2008 08:59
 
 
 
UNA RAGIONEVOLE SRAGIONE
Philippe Pinel e le contraddizioni della psichiatria
  
 
 
Premessa
 
 
            Philippe Pinel (1745-1823), rispetto a noi tanto lontano, è tuttavia presente con la sua «ragionevole sragione». Quest’ultima infatti è la possibile provocatoria definizione del metodo e della logica da lui proposti: il metodo e la logica della psichiatria.
            Certo è difficile pensare che un alieniste, il primo a qualificarsi tale, figlio della Rivoluzione francese e del successivo regime del terrore, frequentatore del «Salon» di Madame Helvetius dove la scienza si intersecava con la filosofia (1) (33), abbia qualcosa a che vedere con l’epoca di oggi, e soprattutto con l’attuale prassi della psichiatria. Questa riconosce tutt’al più altre ascendenze. Basti pensare all’idea, forte dell’impostazione nosografica statunitense, di una fondamentale matrice «neokraepeliniana», o ancora ad altri potenti e originari influssi, quali la psicoanalisi, le scienze sociali, la filosofia fenomenologia (2). Nulla di francese, dunque, tanto meno di settecentesco e poi comunque nulla di strettamente pineliano.
            Quindi, una domanda paradossalmente si impone: quale metodo ha realmente propugnato Pinel? All’apparenza infatti il suo traitement moral è largamente noto, ma poi in realtà, nei suoi particolari, pochi lo conoscono. Non è peraltro facile averne un’esatta configurazione, tanto esso sembra desueto, e soprattutto ricco di contraddizioni. Niente di meglio allora che relegarlo negli eleganti scaffali della storia della psichiatria. Lì è consuetudine citarlo e chiosarlo, senza però davvero addentrarvisi e soprattutto senza interrogare il possibile persistere delle sue contraddizioni nel cuore della psichiatria di oggi.
            Tuttavia tali contraddizioni risiedono ancora nell’esercizio della psichiatria attuale. Questa non ha più nulla di strettamente «manicomiale», tuttavia nei confronti di colui che liberò i folli dalle catene – come recita l’agiografia – e che fondò l’idea e la struttura del manicomio (sebbene quest’ultimo sia poi in realtà piuttosto una sistematizzazione attuata dall’allievo Esquirol) (3) (4) (5) (6) (7), ha un misto di riverenza, diffidenza e timore. Pinel sembra perciò poter offrire, come unici spunti di riflessione, soltanto il mai stanco interrogarsi sulla natura potenzialmente «repressiva» della psichiatria, o l’ancor più frequentato dilemma circa il rapporto tra «normalità» e «follia».
            E’ invece possibile che la «ragionevole sragione», sottile fondamento del metodo e della logica proposti da Pinel - e nel contempo sua idea della natura della malattia mentale - sia un paradigma tutt’ora operante. Anzi, è possibile che esso sia ancora oggi il paradigma nodale della psichiatria. Secondo questa prospettiva, Pinel non soltanto sarebbe sul piano storico il fondatore della moderna psichiatria, ma lo sarebbe ben più in profondità sul piano epistemologico e clinico. L’essenza del suo atteggiamento umano e terapeutico condizionerebbe ancora l’operare psichiatrico, imprimendo a quest’ultimo un’immutata oscillazione tra poli contraddittori.
            La conoscenza di queste contraddizioni è dunque resa possibile da un rapido ma attento esame del lascito di Pinel. Il traitement moral non è perciò, come altri hanno sottolineato, poco più che una rudimentale terapia comportamentale ante litteram, né unicamente una psichiatria “scientifica” ancora in fieri (8): è un paradigma tutt’ora operante, fondamentale da conoscere, e che anzi occorre riconoscere. Esso infatti, come ogni paradigma, non è in sé giusto né sbagliato, ma possono esserlo le sue applicazioni, perché suscettibili di orientarlo in direzioni ora positive ora negative. Perciò conoscerlo e riconoscerlo è il modo migliore per volgerne l’uso al positivo, e soprattutto per interrogarsi su se stessi e sui pazienti in modo lucido e fecondo. Per interrogarsi, anzi, con una più mirata e consapevole «ragionevole sragione».
 
 
I casi clinici
 
 
            Non è possibile pensare che una qualunque ricostruzione storica sia in sé oggettiva. Bisogna infatti presupporre, come afferma Pontalis, che «anche se ci si attiene fedelmente ai fatti stabiliti, la loro scelta e la loro concatenazione sono una questione di interpretazione, e che non esiste una storia senza costruzione e anche, più arditamente, che finzione e verità vanno di pari passo» (9, p. 24).
            Nonostante dunque l’apparente obiettività, anche la scelta di estrapolare un «metodo» in Pinel esaminando alcuni casi clinici da lui citati nel Traité médico-philosophique sur l’aliénation mentale è un’interpretazione soggettiva. Ma poiché è inevitabile che questo accada, l’opzione è qui apertamente dichiarata: è un’esplicita «scelta di campo» finalizzata a evidenziare alcuni tratti salienti di un approccio terapeutico di cui altrimenti è difficile comprendere la reale portata.
            Occorre premettere che la prima edizione del Traité di Philippe Pinel (1745-1823) risale al mese di ottobre del 1800 (10). Seguirà una seconda edizione nel 1809, debitamente aumentata e riveduta dall’autore (11). I casi clinici descritti nella prima edizione sono almeno una dozzina, disseminati nel testo. La brevissima scelta proposta si limita a tre casi.
           
            Caso n. 1Il militare furioso (10, p. 55). Condotto a Bicêtre dopo che il trattamento ordinario effettuato presso l’Hôtel- Dieu si è dimostrato inefficace, un militare è dominato dall’idea di dover partire per ricongiungersi all’esercito. Poiché neppure le «vie della dolcezza» [voies de la douceur], subito applicate, sortiscono alcun risultato, Pinel decide di far entrare con la forza l’alienato nella cella. Qui il furore del militare si scatena senza sosta per ben otto giorni, ma poi, un mattino, durante la ronda del sorvegliante cessano le invettive e subentra un atteggiamento di improvvisa sottomissione. L’alienato dice esplicitamente: «Hai promesso che mi avresti reso la libertà all’interno dell’ospizio se fossi stato tranquillo. Ebbene! Ti ordino di tener fede alla tua parola». Il sorvegliante – o forse lo stesso Pinel – risponde con dolcezza [avec douceur] e lo libera da ogni contenzione fisica, giudicandola ormai superflua e anzi dannosa. Sette mesi più tardi il militare è dimesso dall’ospizio e non avrà in seguito alcuna ricaduta.
 
            Caso n. 2L’orologiaio (10, p. 59). Uno dei più noti orologiai di Parigi soccombe all’idea fissa di costruire un meccanismo a moto perpetuo, e per crearlo lavora instancabilmente giorno e notte, anche perché nel contempo è sotto l’incessante influsso del terrore in lui suscitato dalle efferatezze della Rivoluzione. In più, ritiene di essere stato ghigliottinato e che poi i giudici, pentiti della sentenza emessa, abbiano ingiunto di riattaccare le teste ai corpi, ma alla rinfusa, di modo che a lui sarebbe stata apposta sulle spalle la testa di un compagno di sventura. Condotto a Bicêtre dopo un’iniziale trattamento presso l’Hôtel- Dieu, l’uomo attraversa un periodo di tumultuosa gaiezza, dopo di che esplode in un violentissimo furore e si provvede all’immediata reclusione in cella. Calmatosi dopo qualche tempo, disegna sui muri e sulle porte il congegno del moto perpetuo. Pinel, su suggerimento del principale dei propri infermieri sorveglianti, Jean-Baptiste Pussin, decide di far inviare dai parenti una serie oggetti: lame di rame e di acciaio, ingranaggi di orologi e via dicendo. Allestito una sorta di laboratorio nell’anticamera della cella, all’alienato è concesso di lavorare al suo progetto, il che ovviamente si verifica con straordinario accanimento. Dopo più di un mese in cui l’uomo, pur di non interrompere il lavoro, rinuncia al sonno e ai pasti, all’improvviso prende ad esultare e si precipita nell’ospizio ritenendo di aver conseguito il risultato. Dopo alcuni minuti l’ingranaggio tuttavia si arresta e lui, confuso e umiliato, per salvare l’onore di fronte ai compagni e a Pussin si dichiara ormai disinteressato all’orologeria. Abbandonata dunque spontaneamente questa idea fissa, permane l’ossessione del preteso cambiamento di testa. Per «combattere e distruggere» [combattre et détruire] tale delirio, si ricorre allora alla complicità di un altro convalescente, il quale è istruito a far menzione, con l’orologiaio, del celebre miracolo di San Dionigi, il quale camminando recava tra le mani la propria testa in modo da baciarla. In tutta risposta, l’ammalato si dichiara convinto della veridicità di un tale racconto, e cita la propria decapitazione come esempio lampante. A quel punto l’interlocutore scoppia in una fragorosa risata ed esclama: «Sei proprio uno stolto, come avrebbe potuto San Dionigi baciare la propria testa? Forse con i talloni?». Nel pieno dello scherno generale, l’alienato si ritira confuso e da allora non parla più dell’episodio della ghigliottina. Dopo alcuni mesi di normale e seria applicazione al suo mestiere, è dimesso dall’ospizio e non ha ricadute.
 
Caso n. 3Il sarto colpevole (10, pp. 144-146). Durante il periodo giacobino della Rivoluzione, un sarto si lascia sfuggire in pubblico incauti commenti riguardo all’esecuzione di Luigi XVI. Da quel momento i compagni di lavoro diffidano del suo patriottismo e lui, amplificando frasi minacciose che gli vengono rivolte, cade in uno stato di malinconia dominato dal continuo terrore di un’imminente condanna alla ghigliottina. Dopo il trattamento d’uso all’Hôtel-Dieu è trasferito a Bicêtre, dove Pinel decide di impegnarlo a rammendare, in qualità di sarto, gli abiti degli altri alienati, per lui ottenendo addirittura un piccolo salario. Dopo sei mesi di recuperata ragione, il sarto, che su propria richiesta ha adesso accanto a sé anche il figlio di sei anni, cade però nuovamente preda dell’idea della condanna a morte. In quel periodo Pinel lascia l’incarico a Bicêtre per trasferirsi alla Salpêtrière, ma istruisce Pussin affinché ponga comunque in atto un ulteriore stratagemma terapeutico. Tre medici, indossando l’abito dei magistrati, recandosi all’ospizio si presentano all’alienato come Commissione incaricata dall’Assemblea nazionale di sottoporlo a processo. Procedono a interrogarlo circa la sua condotta, le sue opinioni politiche, i giornali preferiti, dopo di che l’esponente «più serioso e autorevole» [celui qui a l’air le plus grave et le plus imposant] pronuncia ad alta voce il verdetto di assoluzione. Afferma infatti: «… riconosciamo di non aver trovato in lui altro che i sentimenti del più puro patrottismo» [nous reconnaissons n’avori trouvé en lui que les sentiments du plus purs patriottisme]. Nettamente migliorato, l’uomo ha però successivamente una brusca ricaduta, probabilmente a causa – commenta Pinel – della protratta inazione e soprattutto perché la natura fittizia del processo giudiziario gli sarebbe stata imprudentemente confessata. «Da quel momento», conclude Pinel, «ho considerato incurabile il suo stato».
 
 
Le due fonti del metodo
 
 
            I casi clinici citati consentono, pur nella loro brevità, di comprendere la genesi del metodo di Pinel. Questa infatti è riconducibile a due intenti. Da un lato è evidente, pur se soltanto sotteso, il ruolo ispiratore svolto dai sorveglianti e dal loro «sapere». Già il medico e filosofo Pierre-Jean-Georges Cabanis (1757-1808), amico di Pinel e promotore della sua nomina a direttore dell’ospizio di Bicêtre, aveva incorporato nel proprio metodo scientifico le idee tratte dal «buon senso» o dal «sapere comune», per esempio l’importanza di placare e di rassicurare lo stato emotivo delle persone ammalate. Da parte propria, Pinel ascolterà con attenzione soprattutto il suddetto sorvegliante di Bicêtre, che diventa quasi il suo alter-ego, Jean-Baptiste Pussin (1746-1811), il quale, ricoverato a 25 anni per adenite tubercolare, una volta guarito aveva chiesto e ottenuto di restare nell’ospizio come lavorante. Pussin, all’epoca in cui Pinel assunse l’incarico, aveva anche il prezioso supporto della moglie (12) (13) (14). Il sapere di Pussin e degli altri sorveglianti è dunque la fonte primaria a cui attinge Pinel, al punto da poter oggi dire, come afferma Dora Weiner citando Pariset (15), che Pussin è «il precursore di Pinel». Addirittura, la fin troppo nota liberazione dei folli dalle catene, che ha consegnato Pinel alla storia quale fondatore della psichiatria e autentico filantropo, fu in realtà decisa e attuata da Pussin, come è ancora la Weiner ad aver dimostrato (15) (16). Sappiamo d’altronde quanto il «mito» di Pinel sia soprattutto il frutto dell’arbitraria ricostruzione effettuata a posteriori da uno dei suoi due figli, Scipion. E ciò non può che confermare, come scrive Martignoni, che ogni mito, per definizione, «… non rinvia a una ricchezza nascosta ma a una costruzione, a una forza di trasmissione metamorfica» (17, p. 56).
            Se dunque il traitement moral ha innanzitutto un’origine profana, legata alla pratica empirica dei cosiddetti «ciarlatani», l’altra sua matrice è però l’impianto teorico e filosofico offerto a quell’epoca dagli Idéologues (18) (19) (20) (1). Questi filosofi facevano capo al «Salon» di M.me Helvetius e adottavano, rielaborandolo, l’approccio sensita di pensatori quali Helvétius e Condillac. Esponenti della Rivoluzione francese, Pinel trae da loro, in primis dall’amico Cabanis, l’idea di plasmare e trasformare, alla luce della teoresi scientifico-filosofica proposta, le irrinunciabili intuizioni appartenenti ai sorveglianti infermieri e al loro quotidiano contatto con gli alienati.
 
 
La prima fonte: il sapere profano
 
 
            Esaminando in dettaglio i casi clinici, è quindi possibile ricostruire sia le procedure trasmesse a Pinel dal sapere cosiddetto profano, in particolare dagli infermieri sorveglianti, sia i metodi e i principi da lui invece aggiunti sulla base dei precetti scientifico-filosofici coevi (18) (21). Si può addirittura tracciare un’elencazione dei principi del primo e del secondo tipo. Ecco perciò, in primo luogo, tra quelle che traspaiono dai casi clinici citati, le attitudini che il traitement moral ha mutuato dalle conoscenze in uso nell’ambito non strettamente medico o genericamente «popolare».
 
            (A) L’elemento più pregnante è il ricorso alla teatralità. L’attribuzione di un effetto terapeutico all’allestimento di eventi fittizi, da far considerare però come reali al malato, era già in uso non solo a livello di pratiche di cura profane, ma anche in contesti di tipo medico. Nel volume 21 dell’Encyclopédie, redatta da Diderot e D’Alembert dal 1751 al 1758, compare sotto la voce «Mélancolie» una serie di «inganni terapeutici» [ruses curatives]. Se per esempio un melanconico è convinto di avere all’interno dell’addome un animale vivo, «bisogna dargli a credere che gli venga estratto», somministrando un potente lassativo e poi «gettando l’animale direttamente nel catino, senza che l’ammalato possa controllare». Un’altra espressione dell’epoca è quella di «frodi compassionevoli» [fraudes pieuses], presente per esempio in Voltaire nel Dictionnaire philosophique del 1753, dove l’autore si domanda se a tali frodi - e in generale alle «favole» [fables] - si debba ricorrere come strumento di convincimento delle masse. Pinel, dal canto suo, parla soprattutto di «stratagemmi innocenti» [innocentes ruses] e li applica ad arte, come si evince in particolare dal finto processo allestito nel caso clinico del sarto colpevole.
            (B) Segue poi l’importanza della «dolcezza» [la douceur], o meglio delle «vie della dolcezza» [les voies de douceur], strumento terapeutico concreto e non semplice umanitarismo astratto. Infatti a giudizio di Pinel, l’alienato non è mai completamente privo di «ragione» [raison], e perciò in lui è sempre possibile stimolare la paura o la speranza, in quanto la sua vera indole è «sensibile e impressionabile» [sensibile et impressionnable]. E’ questo d’altronde il grande spartiacque inaugurato da Pinel: sostituire al concetto di «follia» [folie], intesa come perdita totale della ragione, quello di «alienazione mentale» [aliénation mentale], che presuppone invece la persistenza di un «resto di ragione» [reste de raison] anche nel più grave degli alienati (22). E’ sull’esistenza di questa inalienabile porzione di ragione che va ad agire, traendone la sua giustificazione, il traitement moral. E questa è un’idea che Pinel raccoglie essenzialmente dai suoi empirici e profani sorveglianti. «Pussin e Madame Pussin», rileva infatti Garrabé, «trattavano i malati con umanità e proprio questa constatazione, secondo cui i malati reagiscono al fatto di essere considerati come esseri umani, è all’origine del concetto di aliénation e di quello del suo traitement» (23, pp. 84-85).
            (C) Tuttavia non sempre la dolcezza è sufficiente, e al fine di potervi ricorrere con buoni risultati occorre prima adottare, in alcuni casi, il principio opposto: la «repressione» [répression]. Quest’ultima d’altronde era parte imprescindibile del carisma di un vero «guaritore dei folli» [guérrisseur des fous], verità ben nota ai sorveglianti infermieri. Pinel sottolinea che tale atteggiamento deve irradiare dalla personalità stessa dell’alieniste, dalle sue «qualità fisiche e morali» [qualités physiques et morales], come accadeva per esempio quando Pussin con la sua banda di sorveglianti agitava le catene producendo un rumore dalle valenze autoritarie e minacciose. Pinel è tuttavia puntuale nel precisare che tali atteggiamenti - di taglio palesemente teatrale - non devono possedere alcuna inflessione di aggressività o di sadismo. Non sono infatti altro che «mali necessari» [maux nécessaires], e il loro unico scopo è creare le condizioni affinché la dolcezza possa rientrare in gioco e produrre i propri effetti.
            (D) Ottenuta la fiducia del malato con i mezzi suddetti, siano essi accoglienti o viceversa repressivi, si deve procedere a «combattere e a distruggere» [combattre et détruire] l’idea delirante. A questo scopo, Pinel e Pussin adottavano due diversi accorgimenti: da una parte, il divertimento o la distrazione (in questo caso soprattutto le occupazioni lavorative), come nel caso clinico dell’orologiaio, al quale viene procurata l’attività cui desidera dedicarsi; dall’altra parte, esperienze emotivamente impressionanti, il cui fine – afferma Pinel – è «colpire con forza l’immaginazione» [ébranler fortement l’imagination], come nel caso del processo fittizio a cui è sottoposto il sarto colpevole. Si tratta insomma di produrre nel malato un leggero shock, a patto che non sia invece più indicato procurare svago, per esempio sottoponendo il paziente all’ascolto di una musica – un mezzo terapeutico, quest’ultimo, di cui Pinel fu appassionato sostenitore (23, pp. 86-87).
            (C)  Pinel è fedele alla distinzione introdotta da Cabanis, secondo il quale l’apparato mentale, designato all’epoca come sfera del «morale» [moral], si comporrebbe di due elementi distinti, le idee e gli affetti (questi ultimi detti anche «passioni» [passions]). Egli pertanto stabilisce che se le «idee patologiche» [les idées pathologiques] devono essere combattute - come peraltro si è appena visto -, le «passioni malate» [passions malades] necessitano invece di attenta gestione o di semplice riequilibrio. Occorre insomma «controbilanciarle con affetti più potenti» [contrebalancer par des affections plus puissantes], o altrimenti «non contrastarle in alcun modo» [ne point (les) contrarier] (24). Per esempio, di fronte a un alienato che aveva partecipato alla conquista della Bastiglia nel 1789, al quale a suo tempo erano stati negati i dovuti onori, Pinel deciderà di tributare un formale riconoscimento, in modo da «appagare la sua passione» [en satisfaisant sa passion]. Da questo punto di vista, Pinel ritiene che la maggiore difficoltà consista nell’appurare con certezza quale sia nel singolo malato l’esatta passione dominante, poiché gli alienati sono soliti nascondere i propri più profondi sentimenti. Il giovane Jean-Etienne-Dominique Esquirol (1772-1840), allievo di Pinel e futuro celebre alieniste, già preconizzava a questo scopo svariati accorgimenti, tra cui la raccolta di informazioni presso familiari e amici del paziente. Ma qui è bene sottolineare quanto l’importanza assegnata da Pinel alle passions sia la seconda enorme rivoluzione clinica da lui introdotta. Se infatti la prima rivoluzione è l’introduzione del concetto di aliénation, esplicita ammissione dell’esistenza di una «parte sana» o di un «resto di ragione» in qualunque malato mentale, ora il ruolo centrale riconosciuto alle passions, nelle quali il corpo e la mente, cioé il physique e il moral, sono simultaneamente coinvolti - come nel caso paradigmatico dell’amore [l’amour] -, indica che proprio agendo a livello «passionale» è possibile risvegliare e stimolare la quota di raison rimasta (25) (26) (27).
 
 
La seconda fonte: i saperi scientifico-filosofici
 
 
            Ecco invece, sempre in forma di elencazione, ciò che Pinel aggiunge al sapere profano attingendo alle concezioni scientifico-filosofiche, in modo da «elevare» il traitement moral al rango di una riconosciuta prassi medica.
 
            (1) Pinel aveva la ferma intenzione di rendere il traitement moral la terapia di elezione per la maggior parte delle forme di folie. Queste ultime erano perciò da lui ricondotte in massima parte a una causa «morale» [moral], radicata - come si è appena visto - nelle «passioni» [passions] prima ancora che nelle «idee» [idées]. Perciò più volte nel Traité egli insiste su questo concetto. In alcuni passi – come nel paragrafo intitolato La mania con delirio può essere guarita spesso? (10, p. 108) – fa addirittura specifica menzione di autopsie da lui stesso eseguite nelle quali all’aliénation non corrispondono anomalie craniche e tanto meno malformazioni del cervello. Non a caso, nel 1802 il medico-filosofo Cabanis, nel primo volume dell’opera intitolata Rapporti tra il fisico e il morale nell’uomo, scrive che «seguendo Pinel questa classe di follie [ovvero le folies a eziologia “morale”, dette più propriamente aliénations] è molto più ampia di quanto non si pensi». Invece nei casi ben più rari in cui il substrato anatomico delle facoltà mentali rivela una lesione, Pinel non solo diffidava del traitement moral, ma perdeva ogni ottimismo terapeutico sostenendo la tesi dell’incurabilità. E’ quanto accade nel celebre caso di Victor, il cosiddetto ragazzo selvaggio dell’Aveyron, cresciuto da solo nelle foreste del sud-ovest e condotto a Parigi nel 1800. Chiamato a formulare un parere, Pinel avversò coloro che speravano di insegnare al fanciullo non solo a parlare, ma a sviluppare le facoltà intellettive. Secondo lui infatti si trattava di un caso di «idiotismo» [idiotisme], dovuto dunque a un’insufficienza congenita della costituzione cerebrale o dello sviluppo organico infantile. Pinel in questa circostanza dimostrò in realtà quanto grandi fossero le proprie ambivalenze e i propri limiti. Infatti, nonostante tale verdetto il ragazzo fu poi studiato e istruito - ispirandosi, ironia della sorte, al traitement moral - da un allievo di Pinel, Jean-Marc-Gaspard Itard (1774-1838), con risultati sorprendenti e una gran messe di intuizioni ancora oggi valide e preziose (28) (29) (30) (31) (32).
 
            (2) Se dal sapere empirico e profano Pinel attinge l’idea della primarietà delle passions, che pur ritrova nella filosofia degli amici idéologues, egli però ritiene, nell’intento di assegnare maggiore «scientificità» al proprio metodo, che il disordine delle idee riconosca un’origine ancora più profonda, fondamento essa stessa dello squilibrio delle passions. Anche qui egli abbraccia una tesi che da Condillac raggiunge gli idéologues: il ruolo «animalesco» e semi-automatico dell’«immaginazione» [imagination] (18) (33). Quest’ultima infatti, come già rilevava Aristotele, è la capacità di ricreare le percezioni del passato, pur se nel presente l’oggetto che le aveva causate è assente. Si tratta di un potere che l’immaginazione condivide con la memoria [mémoire], ma quest’ultima ricorre a «segni convenzionali» [signes conventionnels], vale a dire ai fonemi e ai grafemi del linguaggio, mentre la prima – in ciò comune appunto anche agli animali – impiega un funzionamento non verbale. Il problema allora è che nel rianimare percezioni del passato l’imagination tende però a creare nuove combinazioni, alcune indotte dal soggetto in modo volontario, altre invece innescate in modo indipendente e automatico sotto l’influsso di un’impressione esterna. Perciò Condillac definiva la «follia» [folie] «un’immaginazione che associa le idee in maniera completamente disordinata, influenzando talvolta i nostri giudizi e la nostra condotta». Ne discende che siamo tutti un po’ folli, e tuttavia se nei cosiddetti normali le eccentricità dell’imagination si limitano a irruzioni saltuarie, nei veri malati mentali esse alterano costantemente il corso dell’esistenza. E’ insomma a questo impianto teorico che Pinel attinge per assegnare «scientificità» ai procedimenti profani che mirano a «scuotere» l’immaginazione del malato per spezzare le idee fisse di cui è preda. Le tecniche in questione assomigliano peraltro alle feste allestite all’epoca della Rivoluzione (le celebri fètes révolutionnaires), il cui scopo era fornire impressioni sensoriali potenti, soprattutto visive, tali da lasciare un «segno» o un’«impronta» nell’imagination del popolo, in accordo con la metafora - anch’essa di derivazione aristotelica - che equipara i livelli percettivi della mente a una «cera» plasmabile e morbida. Non è però chiaro se Pinel ritenesse che lo shock prodotto dal terapeuta nell’imagination dell’alienato, da questi recepito – come è proprietà dell’imagination – in modo automatico e non verbale, dovesse succssivamente essere compreso dal malato in modo riflessivo-razionale e in termini verbali. Nel caso clinico del sarto colpevole, per esempio, Pinel imputa il fallimento terapeutico all’aver svelato all’ammalato la natura fittizia del processo che ne ha scosso e guarito l’alterata imagination. Non dice tuttavia se ciò sia accaduto perché la raison non era ancora abbastanza forte per sopportare una tale presa di coscienza, o se questa invece non sarebbe mai dovuta avvenire.
 
            (3) Tuttavia Pinel non abbandona mai la primarietà del ruolo svolto dalle passions. Queste infatti non condizionano semplicemente le idee, azione che come si è appena detto è maggiormente svolta dall’imagination, perché piuttosto sono un segnale al tempo stesso più globale e più radicale. Il loro disordine, secondo le concezioni dell’epoca, non è frutto di alterazioni e disturbi della sola funzione sensoriale, ma di tutti gli organi interni, vale a dire dell’intero corpo. In particolare, la «regione epigastrica» [region épigastrique] era intesa come una sorta di «focolaio» [foyer] viscerale nel quale le «impressioni passionali» [impressions passionnelles] entravano in conflitto, ripercuotendosi su tutte le funzioni organiche quali la digestione, la respirazione, la circolazione e l’escrezione. A quel punto, in virtù di un’«irradiazione» [irradiation] o di un «influsso simpatico» [influence sympathique], si diffondevano lungo le vie nervose raggiungendo il cervello, potendo così alterarne il funzionamento (34) (35). Tuttavia proprio a causa di questa loro genesi essenzialmente organica, le passions erano di difficile comprensione agli occhi degli idéologues, dai quali Pinel non riusciva a trarre altro che la loro sentita ma generica rivalutazione. Una disamina più minuziosa circa le passions fu attinta da Pinel da un libro dell’inglese Alexander Crichton (1763-1856), pioniere della psichiatria, dove questi descriveva con puntiglio i passaggi che dal corpo alle emozioni potevano condurre ai disturbi mentali (36) (37). Ma la vera fonte che gli consente di ricollegare il sapere profano, appreso dai sorveglianti, con giustificazioni di portata filosofico-scientifica è l’opera di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) (41). Nei casi clinici, infatti, non traspare in realtà una chiara applicazione del principio secondo il quale le passions dominanti nel malato debbano essere controbilanciate provocando in lui passions opposte. Questo è un principio di derivazione aristotelica e comunque implicito anche nelle tesi degli idéologues. Nei fatti tuttavia Pinel, come è Rousseau a teorizzare nell’Emilio (1762) o nella Nuova Eloisa (1761), piuttosto adotta un metodo pedagogico: si tratta di sottoporre le persone, in questo caso gli alienati, a quella «educazione negativa» [éducation négative] che sradichi da loro le «passioni sociali artificiali» [passions sociales artificielles], per esempio l’amor proprio, risvegliando invece le passions innate e naturali. A questo scopo Rousseau preconizzava che la persona da educare, in particolare il bambino, venisse temporaneamente esclusa dal nocivo contatto con l’ambiente sociale, e che nel contempo ricevesse i costanti insegnamenti di un tutore, il quale con l’influsso della sua autorità e con artifici appositamente elaborati doveva restaurare nell’allievo tutto ciò che appartiene alla «natura» e al «naturale». E’ dunque evidente quanto Pinel ritrovasse, in questo apparato teorico, la giustificazione scientifico-filosofica di ciò che il sapere dei sorveglianti gli aveva trasmesso: l’importanza dell’assoluto carisma autoritario - di taglio addirittura «teatrale» - di cui l’alieniste deve rivestirsi, e insieme la necessità di isolare il paziente tra le mura dell’Istituto asilare.
 
            (4) L’ultimo elemento di cui Pinel riveste le intuizioni empiriche apprese grazie al sapere profano dei sorveglianti infermieri è il calcolo statistico delle probabilità. Questo procedimento, da lui battezzato calcul des probabilités, gli appare indispensabile per valutare la reale efficacia terapeutica del traitement moral, là dove invece l’osservazione clinica è la base per la costruzione di una nosografia. E’ fondamentale precisare che nel XVIII secolo le assolutezze del sapere matematico erano pervase dalla constatazione di quanto invece fossero incerte la conoscenza e la valutazione del mondo umano, sorrette da un puro ordine di probabilità. Perciò il calcolo delle probabilità era l’argomentazione centrale del matematico-filosofo Jean-Antoine-Nicolas Condorcet (1743-1794), padre degli idéologues. Da lui Pinel raccoglie l’idea della necessità di valutare e confermare in termini quantitativi ciò che l’osservazione clinica, basata su giudizi necessariamente soggettivi e qualitativi, ha consentito di stabilire. Per l’esattezza, Pinel intraprende il progetto statistico nel 1800, allorché giungono alla Salpêtrière i «folli curabili» [fous curables] provenienti dall’Hôtel-Dieu. Egli intende verificare quale sia il metodo più efficace tra i due vigenti all’epoca nel trattamento della folie: il metodo tradizionale, fondato su salassi ripetuti, docce a getto violento, bagni freddi o anche «bagni a sorpresa» [bains de surprise]; e il metodo inaugurato da lui stesso, basato in quel periodo su un abbinamento del traitement moral con il cosiddetto «metodo di attesa» [méthode d’expectation] - così lo chiamò Pinel -, consistente nel sorvegliare assiduamente il paziente lasciando che la malattia seguisse il suo decorso, nell’aspettativa di una spontanea guarigione. Specificamente, nei «maniaci» [maniaques] e nei «melanconici» [mélancoliques] (38), nei quali la malattia avesse esordio recente e non fosse mai stata curata in altri modi, i risultati dell’indagine indicarono, là dove veniva applicato il metodo ideato da Pinel, una percentuale di guarigione pari al 93%.
 
 
Un compito incompiuto
 
 
            Riallacciandosi a quanto detto in apertura, la disamina tratteggiata lascia intravedere le profonde ambivalenze che hanno segnato la vera nascita della psichiatria moderna (39) (40) (41) (42). Se infatti Pinel, con il suo traitement moral, riconosce per la prima volta una piena dignità psicologica e umana all’interiorità e alla sragione del malato, additandone con forza la curabilità, dall’altro lato non offre spazi sufficienti di vero ascolto. Soprattutto, recepisce come semplice «disordine», e non come una logica «altra» - ma a suo modo pur sempre logica - i comportamenti, le idee e le «passioni» del paziente. Liberazione e repressione, per dirla in altri termini, anche dolcezza e autoritarismo, si alternano in maniera sconcertante in questi emozionanti albori dell’apparato terapeutico psichiatrico. Il quale da allora a oggi, bisogna ammettere, si è andato enormemente sviluppando, sebbene poi nonostante le infinite e raffinate ramificazioni - davvero varie e sofisticate – presenti tutt’ora, ancorché in forma sottilmente nascosta, le contraddizioni e le ambiguità di partenza.
            Thomas Kuhn d'altronde ha insegnato che ogni rivoluzione scientifica, intesa come nascita di un nuovo paradigma, è tale soltanto nella misura in cui, oltre a poter riunire una comunità di appartenenti legati tra di loro da un consenso di base, consegna a questi un ventaglio di problemi da risolvere sufficientemente aperto (43). Il paradigma inaugurato da Pinel, vale a dire la moderna psichiatria, non è ancora tramontato perché le problematiche contraddizioni che fin dall’inizio lo percorrono sono tutt’ora da risolvere. Si tratta soprattutto di contraddizioni insite nell’incontro tra il terapeuta e l’alienato. Se infatti dall’affascinante vicenda di Pinel e dai suoi coraggiosi metodi è possibile trarre un chiaro insegnamento, anzi un vero lascito, questo consiste nel riconoscere a quante incessanti ambivalenze vada incontro la mente nel momento in cui si confronta e si incontra con la mente «sragionante» dei pazienti.
            Tutto ha un proprio contesto, uno Zeitgeist, vale a dire uno «spirito dei tempi» costituito da tensioni e aspirazioni - individuali e collettive, politiche e sociali – che circondano, nutrono e influenzano ogni accadimento. Il traitement moral, atto di inaugurazione della moderna psichiatria, ebbe fortuna - e ha perciò determinato la fortuna e la durata della cosiddetta psichiatria - anche perché ha potuto inserirsi nel particolare clima della Rivoluzione francese, della qualed’altronde era in buona parte l’effetto. Si è trattato di un clima quanto mai ricco di contraddizioni, oscillante tra il coraggioso rispetto della libertà individuale di pensiero e di azione e l’incapacità e la paura nei confronti di questa stessa libertà, anzi soprattutto nei confronti del rinnovamento di se stessi che la libertà impone, prima che alla collettività, al singolo individuo. Oggi diremmo che le ombre dell’animo umano sono una realtà con cui qualunque utopia deve fare i conti, perché solo il loro ripetuto e consapevole attraversamento - da parte di tutti ma soprattutto da parte di ciascuno - può dare agli ideali un «peso» sufficiente per acquisire una vera concretezza. Di nuovo, liberazione e repressione percorrevano alternandosi quel tumultuoso contesto politico-sociale, e il metodo di Pinel anche per questo è sede di un’analoga contraddizione.
            Pinel infatti oscilla. Soprattutto, tra il sapere profano dei sorveglianti infermieri, denso di pericoli ma anche di ricchezze, perché impulsivo, tendenzialmente acritico e tuttavia intuitivo e percettivo, e il sapere filosofico-scientifico, altrettanto ambivalente perché incline a un atteggiamento di eccessivo distacco, sebbene possa poi anche promuovere una coinvolta e penetrante riflessione.
            La psichiatria in effetti è un’area di raccolta e di condensazione di una simile temperie, perché pur nel suo «luogo» ristretto e delimitato la riassume e la concretizza in forma estrema. Questo «luogo» di condensazione delle contraddizioni - lo si vede già benissimo in Pinel - è l’incontro con il malato mentale. Infatti, nell’incontro con la sragione della follia - o dell’aliénation, direbbe Pinel - si attiva, quale prima e massima contraddizione, il nascosto telaio di sragione che abita dall’interno la ragione.
            Come per esempio ha suggerito Thierry Gineste (28), è possibile che l’accento posto da Pinel sull’importanza terapeutica di un atteggiamento di «dolcezza» rispondesse soprattutto a sue proprie carenze affettive. Infatti il contatto con i pazienti risvegliava forse in lui la ferita di un carente affetto materno, colmabile assumendo adesso, in qualità di alieniste, il ruolo di una «madre». Lungo questa stessa scia, l’accento sulla necessità, quando necessario, di atteggiamenti opposti di tipo autoritario, e soprattutto l’attenzione estrema e infaticabile a rivestire di «scientificità» l’intero metodo, risponderebbero a un’insufficiente identificazione di Pinel con il padre, da cui sarebbe appunto derivato il suo bisogno di ricevere conferme in ambito accademico e intellettuale.
            Resta comunque il fatto che Pinel, con l’importanza assegnata alle passions, e soprattutto con l’idea di aiutare il paziente a «riequilibrarle», abbia toccato il cuore della prassi psichiatrica. Una tale opzione terapeutica schiude infatti un dilemma nodale, poiché diventano possibili due opposti atteggiamenti. Sebbene oggi sia difficile stabilire quale di essi sia stato realmente adottato da Pinel, è certo che da allora in poi, nella psichiatria, si sono alternati e continuano a alternarsi. Da un lato, riequilibrare le passions può significare aiutare il paziente ad acquisire coscienza dei propri vissuti e delle proprie emozioni, non per far sì che i vissuti e le emozioni diventino in questo modo «socialmente» accettabili, bensì affinché diventino più pienamente vivibili. Dall’altro lato, il riequilibrio della sfera emotiva può invece mirare, sottilmente, a spegnerla e a «normalizzarla», e quindi in fondo ad anestetizzarla, in nome di ideali di reinserimento sociale e soprattutto in nome della tranquillità della collettività. Ovviamente, non vi è necessariamente risposta a questo dilemma, se non quella di averne piena coscienza. Un compito, questo, che da Pinel a oggi è stato più volte proposto e tentato, ma che ancora non sembra compiuto.
 
 
Da Pinel a oggi: la «ragionevole sragione»
 
 
            Da qui in poi gli interrogativi abbondano, anche se un tenue filo conduttore sembra già ben evidente a partire dalla teoria e dalla clinica proposte da Pinel. Ragionare è articolare una sragione immanente, una zona d’ombra interna alla mente, intessendo pensieri che tendenzialmente accolgono, vivendole e pensandole, le emozioni. Accade tuttavia che lo sragionare incontrollato e non elaborato, vale a dire lo sragionare dei cosiddetti folli, risvegli nei curanti - come accadde anche a Pinel - soprattutto le emozioni non risolte, le «tessiture» più difficili e inconcluse, perché inconcludibili o perché comunque eluse. Dunque l’incontro con la follia è di per sé un continuo e faticoso invito a tessere emozioni, e a tesserle diventandone coscienti, in modo da viverle con pienezza, anche se – ovviamente – con tutte le difficoltà, le scelte, le contraddizioni che ne derivano.
            Il folle rivolge ai curanti un appello, una richiesta di aiuto che nel contempo è un invito: si potrebbe dire, un invito a ragionare grazie alla sragione, ragionando in profondità con viva partecipazione rispetto alle proprie e alle altrui emozioni. E’ un invito a ragionare con consapevole sragione, perché questa abita e pungola la consapevolezza affinché sappia accoglierla ed elaborarla, esplorarla e smussarla. La sragione pungola dall’interno la ragione affinché possa trasformarla in modalità di vita il più possibile creative, in contatto con le difficoltà quotidiane e con il difficile e complesso rapporto con se stessi, con gli altri e con il mondo.
            Questo è un compito difficile, emotivamente faticoso, e quindi nei curanti tale attività di «tessitura» può facilmente slabbrarsi. Il curante può inconsapevolmente reprimere dentro di sé, in modo da eluderla ancora più fermamente, l’intera sragione immanente alla ragione. Si cade allora in una pericolosa ragionevole sragione: un bonario ma sempre crudele difendersi dall’intensità delle aree profonde di se stessi e degli altri. E può perciò accadere, sebbene oggi più sottilmente, di aggredire e di «normalizzare» il folle, il quale di queste aree è il portatore per antonomasia, il più sofferto e manifesto.
            E’ questa la vera sfida – in realtà l’unica – da cui la psichiatria trae il meglio e il peggio di se stessa: ovvero il meglio e il peggio di coloro che la esercitano. In questo senso, e solo in questo, Pinel è l’autentico fondatore della psichiatria. In questo senso oggi lui, che a suo tempo cadde spesso nell’errore di una «ragionevole sragione», è specchio di un cammino non concluso. I suoi dilemmi e le sue contraddizioni, le sue umane difficoltà di fondo, non sono risolte, e pur se in realtà non fossero mai risolvibili, il compito è tentarne adesso e sempre la risoluzione. Il paradigma della psichiatria accoglie in sé questa massima contraddizione, insieme umana e sociale, e perciò è tutt’ora inesauribile e strettamente «pineliano», sebbene un nuovo paradigma potrebbe sempre nascere, e superarlo o rifondarlo.
 
 
 
NOTE
 
 
(1) Gusdorf G. (1960), «La scienza dell’uomo secondo la scuola ideologica francese». In: Introduzione alle scienze umane, Bologna, Il Mulino, 1972, pp. 435-525.
(2) Zendri L., Peirone A., «Le categorie della clinica». In: Civita A., Cosenza D. (a cura di), La cura della malattia mentale, vol. I, «Storia ed epistemologia», Milano, Bruno Mondadori, 1999, pp. 155-197.
(3) Garrabé J., Weiner D., «Prologue». In : Pinel Ph. (1809), Traité médico-philosophique sur l’aliénation mentale, Le Plessis-Robinson / Paris, Institut Synthélabo-Le Seuil, 2005, pp. 7-60.
(4) Swain G. (1983), Soggetto e follia. Pinel e la nascita della psichiatria moderna, Torino, Centro Scientifico Editore.
(5) Fréminville B. (1977) «Il passaggio dei poteri»; «L’esigenza terapeutica». In: La ragione del più forte. Trattare o maltrattare i malati di mente?, Milano, Feltrinelli, 1979, pp. 9-27; pp. 29-38.
(6) Lelord F. (2000), Liberté pour les insensés, Paris, Odile Jacob.
(7) Sabourin P., «Pinel et son geste ou l’autre chaîne des désirs». In: Garrabé J. (sous la direction de), Philippe Pinel, Le Plessis-Robinson / Paris, Institut Synthélabo-Le Seuil, 1994, pp. 139-156.
(8) Fonte Basso F., «Il gesto liberatore. Philippe Pinel fra mito e storia». In: Pinel Ph. (1800), La mania. Trattato medico-filosofico sull’alienazione mentale, a cura di F. Fonte Basso e S. Moravia, Venezia, Marsilio, 1987, pp. XXXIII-LXI.
(9) Pontalis J.B. (1994), «La stagione della psicoanalisi». In: (1997) Questo tempo che non passa, Roma, Borla, 1999, pp. 17-37.
(10) Pinel Ph. (1800), La mania. Trattato medico-filosofico sull’alienazione mentale, a cura di F. Fonte Basso e S. Moravia, op. cit. .
(11) Pinel Ph. (1809), Trattato medico-filosofico sull’alienazione mentale, Pisa, ETS, vol. I (a cura di G. Kantzá), 1985; vol. II (a cura di G. e P. Kantzá), 1988.
(12) Juchet J., «Jean-Baptiste Pussin et Philippe Pinel à Bicêtre en 1793. Une rencontre, une complicité, une dette». In: Garrabé J. (sous la direction de), Philippe Pinel, op. cit., pp. 55-70.
(13) Weiner D., «Pinel et Pussin à Bicêtre: causes et conséquences méthodologiques d’une rencontre». In: ibidem, pp. 95-116.
(14) Postel J.F., Allen D.F., «Les premières observations "cliniques" de Philippe Pinel». In: Pichot P., Rein W. (sous la direction de), L’approche clinique en psychiatrie, vol. II, Le Plessis-Robinson / Paris, Institut Synthélabo-Le Seuil, 1993, pp. 11-17.
(15) Weiner D.B., «The Apprenticeship of Philippe Pinel: A New Document [Observations faites par le citoyen Pussin sur les fous (1798)]», Clio Medica, 13, n° 2, 1979, pp. 125-133.
(16) Weiner D.B., Comprendre et soigner. Philippe Pinel (1745-1826). La médecine de l’esprit, Paris, Fayard, 1999.
(17) Martignoni G., «Lavoro analitico e mitologia bianca». In: Maiullari F. (a cura di), Mito, psiche e clinica, Alice Edizioni, 1996.
(18) Goldstein J., Consoler et classifier. L’essor de la psychiatrie française, Le Plessis-Robinson / Paris, Institut Synthélabo-Le Seuil, 1997, p. 118 [ediz. originale: Console and Classify. The French Psychiatric Profession in the Nineteenth Century, Cambridge, Cambridge University Press, 1987].
(19) Pigeaud J., «La philosophie de Pinel». In: Aux portes de la psychiatrie. Pinel, l’ancien et le moderne, Paris, Aubier, 2001, pp. 223-251.
(20) Bercherie P., «Pinel». In: Les fondements de la Clinique. Histoire et structure du Savoir psychiatrique, La Bibliothéque d’Ornicar ? / Navarin-Le Seuil, Paris, 1991, pp. 25-39.
(21) Morel P., Bourgeron J.-P., Roudinesco É., «L’invention de la psychiatrie (1800-1900)». In: Au-delà du conscient. Histoire illustre de la psichiatrie et de la psychanalyse, Paris, Hazan, 2000, pp. 31-69.
(22) Nell’uso della lingua francese, già nel XVII secolo compaiono numerosi sinonimi del termine folie. Si tratta di appellativi quali aliénation mentale, aliénation d’entendement o più semplicemente aliénation. Pinel predilige quest’ultimo termine perché lo ritiene più adatto affinché la medicina assuma tratti più consoni a quelli delle altre scienze.
(23) Garrabé J., «De Pinel a Freud ? Le traitement moral: son évolution de Pinel à nos jours». In: Id. (sous la direction de), Philippe Pinel, op. cit., pp. 71-93.
(24) Lombardi P., «Il ruolo della filosofia e della medicina nell’alienismo di fine XVIII secolo». In: Lombardi P., Bonomi C. (a cura di), Osservazioni dalla casa dei folli. “I saperi sulla follia. Il corpo e le passioni nel Settecento in Europa e nel Granducato di Toscana”, Firenze, Nicomp, 2006, pp. 87-108.
(25) Lombardo G.P., Pedone G., «Le concezioni di personalità nella prospettiva biologica del pensiero medico-psichiatrico dell’Ottocento: normalità e patologia come opposizioni di grado». In: Normale e patologico nelle teorie della personalità, Roma-Bari, Laterza, 1995, pp. 19-64.
(26) Giuntini C., «Le figure delle passioni». In: Lombardi P., Bonomi C. (a cura di), Osservazioni dalla casa dei folli. “I saperi sulla follia. Il corpo e le passioni nel Settecento in Europa e nel Granducato di Toscana”, op. cit., pp. 57-85.
(27) Pigeaud J., «L’historie médicale des passions». In: Aux portes de la psychiatrie. Pinel, l’ancien et le moderne, op. cit., pp. 265-282.
(28) Gineste T., Le lion de Florence. Sur l’imagination des fondateurs de la psychiatrie, Pinel (1745-1826) et Itard (1774-1838), Paris, Albin, 2004.
(29) Moravia S., Il ragazzo selvaggio dell’Aveyron. Pedagogia e psichiatria nei testi di J. Itard, Ph. Pinel e dell’Anonimo della “Décade”, Roma-Bari, Laterza, 1972 [rist.: Bari, Adriatica, 1991].
(30) Lane H. (1976), Il ragazzo selvaggio dell’Aveyron, Padova, Piccin, 1989.
(31) Annacontini G., Victor e Itard tra natura e cultura, Bari, Adda, 2002.
(32) Itard J. (1801) (1806), Il fanciullo selvaggio, Roma, Armando, 1970.
(33) Moravia S., Il pensiero degli Idéologues. Scienza e filosofia in Francia 1780-1815, La Nuova Italia, Firenze, 1974.
(34) Pigeaud J., «L’interiorité, le sentiment de soi-ême, la viscéralité». In: Aux portes de la psychiatrie. Pinel, l’ancien et le moderne, op. cit., pp. 185-219.
(35) Moravia S., «La cultura dei Lumi e i principi storico-teorici della psicosomatica». In: L’esistenza ferita. Modi d’essere, sofferenze, terapie dell’uomo nell’inquietudine del mondo, Milano, Feltrinelli, 1999, pp. 191-197.
(36) Crichton A. (1798), An Inquiry into the nature and Origin of Mental Derangement. Comprehending a Concise System of the Physiology and Pathology of the Human Mind, 2 voll., London.
(37) Porter R. (a cura di), Dizionario Biografico della Storia della medicina e delle Scienze Naturali (Liber Amicorum), 4 voll., Milano, Franco Maria Ricci, 1985, vol. I (A-E), pp. 219-220.
(38) «Se confrontiamo la nosologia attuale con quella di Pinel, allora la sua mania viene a includere sia i pazienti schizofrenici che quelli ipomaniacali, mentre la sua depressione abbraccerebbe non solo la depressione genuina e la schizofrenia accompagnata da depressione, ma anche paranoia, nevrosi e paralisi progressiva. (…) In questione sono dunque non tanto veri e propri quadri nosologici, quanto invece quadri a carattere sintomatologico» (Ackerknet E.H. (1957/1985), Breve storia della psichiatria, Bolsena, Massari, 1999, p. 89).
(39) Petrella F., «Il sistema del professor Pinel e del dottor Esquirol», Gli Argonauti, 1986, 31, pp. 267-280.
(40) Woods E.A., Carlson E.T., «The psychiatry of Philippe Pinel», Bull. of the Hist. of Medicine, 1961,35, pp. 14-25.
(41) Dorner K. (1969), Il borghese e il folle, Roma-Bari, Laterza, 1975.
(42) Gaston A., «La nascita della psichiatria e le sue due “anime”»; «”De causi set sedibus”». In: Genealogia dell’alienazione, Milano, Feltrinelli, 1987, pp. 18-21; pp. 21-23.
(43) Kuhn T. (1962), La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1969.
 
 
 
 

Suggestioni psicoanalitiche in un percorso di immagini d'arte

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